giovedì 27 ottobre 2016

Neri

Nelle mie passeggiate cerco sempre di trovare qualche motivo di interesse che mi faccia dimenticare che cammino, spesso, senza sapere neanche il perché….
C’è un piccolo campo di calcio, vicino a cui passo con piè veloce nelle seconde ore del pomeriggio, anche quando il sole non si è visto per tutta la giornata e nello zainetto da tre euro c’è la giacchetta a vento col cappuccio. Ma quando piove ormai non la metto più, mi piace la pioggia addosso, mi fa immaginare che potrebbe pulirmi “dentro”.
Beh, in questo campetto iersera giocavano i soliti pargoli, con grande impegno, forse dettato, più che dal desiderio di giocare “bene”, dalla paura dei rimbrotti dei familiari in macchina al momento del ritorno. I familiari... bisognerebbe impedirgli di guardare le partite di calcio dei loro pargoli. Gli fanno solo male.
I familiari, appunto, uomini, iersera le donne erano rimaste a casa, erano assiepati dietro una porta del campetto. Di fronte a loro, dietro l’altra porta, una fila di musi neri (ricordate Nicolò Carosio? Io sì...). Mori, Negri. Neri. Uomini “di colore” (nero, più che altro). Qualcuno in piedi, qualcuno seduto. Dieci, potrebbero essere stati. Silenziosi. Attenti. Come se stessero vedendo una partita di un qualche campionato panafricano. Non solo vestiti in maniera dimessa ma vestiti “poco”.
Non gli sono andato vicino, ho voluto avere la delicatezza di non disturbarli. Non ho potuto leggere qualcosa nei loro occhi, scuri come la pelle. Fissi su quel pallone. Ho potuto solo immaginare….
Uomini in fuga, dalla miseria, prima di tutto, anche se l’Africa è un continente ricchissimo….. Da una vita senza futuro, da una donna dalla quale credevano di essere amati e che invece ha dimostrato di amare solo sé stessa…. Chissà se invece, dietro a qualcuno di loro c’è una famiglia che li aspetta, e che a loro pensa ogni giorno e ogni notte. E che dio non voglia che finiscano come il protagonista della poesia “… portava due bambole in dono….”.
Ma più di tutto sprizzava da tutti quegli occhi, scuri come la tristezza che si portavano dentro, sprizzava quel desiderio impossibile di entrare in campo e di giocare, non per misurarsi con i pargoli, e neanche per esibirsi in palleggi e rovesciate, ma solo per dimenticare per qualche attimo la tristezza di una vita in cui i bianchi sono da un lato e loro dall’altro. Qualsiasi possa essere il motivo. In fondo non è cambiato niente.




venerdì 21 ottobre 2016

Scappare 19

Lentamente emergeva da quell'abisso di dolore in cui l'aveva gettato Solange. Lentissimamente, certo, era come essere nella fossa delle Marianne e risalire di un centimetro al giorno. Un metro in tre mesi. Totale: undici kilometri. Chissà se avrebbe accelerato.... Però aveva se non altro la consapevolezza di dirigersi verso la superficie, e in quel momento non era poco.
Questa consapevolezza aveva fatto capolino nel momento in cui si era reso conto che quella donna non lo aveva mai amato. A incominciare dal giorno del primo bacio, mezz'ora dopo il quale aveva preteso di spiegargli come si doveva baciare. Già da quel segno avrebbe dovuto capire che quella donna amava soltanto sé stessa.
Rifletteva quindi, stravaccato sul vecchio divano, che era ben evidente che una donna che non lo aveva mai amato non avrebbe in alcun modo potuto ricominciare ad amarlo.
E allora tante cose gli venivano in mente, piccoli e grandi segni di un amore a un tempo creduto e negato.
Lui amava profondamente cucinare, e condividere il gesto della cucina con qualcuno era sempre stato bellissimo (anche di recente l'aveva fatto con un'altra, e si era divertito da morire, e anche quella era rimasta contentissima). Lei mai. Mai aveva voluto cucinare con lui. Ancorché ne avrebbe avuto gran bisogno e giovamento, perché le sue capacità culinarie erano davvero modeste. E aveva invece la presunzione di cucinare bene, ah ah ah..... incomprensibile per lui. Ma aveva anche ingoiato quel rospo.
Anche i baci doveva chiedere, e si era umiliato a farlo.
Anche qualche ora vicini chiedeva, e si era umiliato a farlo. Ma lei aveva sempre qualcosa di meglio, di più importante, di più urgente da fare. A lei andava bene l'ora della pausa, solo per non stare da sola. Raramente insieme per una giornata intera, e per lo più non da soli, e quelle giornate ora erano diventate spine conficcate nella memoria.
A lei andava bene la chat della sera, momento in cui non c'era nulla di meglio da fare se non vedere la televisione....
Laurent aveva persino imparato a non farle più regali, e i regali erano la cosa che a lui più piaceva fare. Lo riempivano di gioia. Ma non gliene faceva più, anche se poi, facendo mente locale, qualcuno lei se lo era preso senza fiatare..... una volta, dopo che lui le aveva detto che le avrebbe regalato un vestito rosso che insieme avevano visto in una vetrina (naturalmente durante la pausa...) lei se lo era tranquillamente comperato senza batter ciglio. C'era rimasto di merda.
Per forza che lui aveva continuato a coltivare quell'altra donna, la donna “di prima”. Forse dire “per forza” non è esatto. Ma era andata così.
E Laurent, da mesi ormai, piangeva ogni giorno, per una donna che amava soltanto sé stessa. E più si rendeva conto di essere stato trattato come una cosa da usare al bisogno più quella donna gli mancava terribilmente. Ma non poteva farci niente. Continuava soltanto a piangere, e, spesso, nei momenti meno opportuni.
Ricordava Laurent quel vecchio film, il cui motto era “Amare significa non dover mai dire “mi spiace”. Era quella la parola che lei gli aveva continuamente ripetuto, dopo averlo lasciato. Un'ulteriore prova che quella donna non l'aveva mai amato. Non una consolazione. Semplicemente un disastro.


domenica 9 ottobre 2016

DATTILO

Sono Francuzzo, il secondo direttore di macchina della CP 940, classe Dattilo, una motonave della guardia costiera.
Dattilo, il dito. Questo nome mi ha sempre fatto pensare al dito di Dio che sfiora Adamo nel Giudizio Universale, e gli trasmette qualcosa che neanche Michelangelo riesce a descrivere, o forse lo accoglie fra coloro che sono a sua immagine e somiglianza...
Dopo il servizio prestato in Marina, ai miei tempi era obbligatorio, ho deciso per la ferma permanente, anche se sempre non lo sarà certamente..... mi piace il mare. Adoro stare tutto il giorno per mare. Anche se il mio lavoro è "dentro" la nave sento il mare là fuori che mi circonda, e mi dà grande pace e serenità. E poi quando ho finito il mio turno vado su e lo guardo. Mi son trovato un posticino solitario, al di fuori degli occhi di chi vuol sempre fare “quattro chiacchiere” e me ne sto seduto lì. Con le mie Gitanes. E la mia tosse.
Voglio bene ai miei ragazzi, otto, e loro vogliono bene a me. Anche loro stanno bene qui, e mi trasmettono l'entusiasmo dei pochi anni che hanno, pochi rispetto ai miei. In più di me hanno la passione per questi motori, che sono il cuore di ogni nave, e li trattano, anche se enormi, con la stessa delicatezza che avrebbe un orologiaio nel maneggiare un orologio prezioso. Prezioso non per il prezzo, prezioso per i ricordi che porta con sé. Io la passione per i motori, forse perché ormai li conosco come le divise che ho nell'armadio, non ce l'ho più tanto.
C'è anche un bravo cuoco sulla nave Dattilo, uno che per mesi ha sofferto il mal di mare. Lui, insieme a quello che ci dà il mare, non ci fanno certo rimpiangere quel che mangiavamo a terra.
In questi ultimi anni siamo sempre per mare. Si parte la mattina e non si sa se la sera si dormirà a casa.
Una volta dovevamo soccorrere le imbarcazioni in difficoltà, adesso, ogni giorno, dobbiamo impedire la morte di centinaia, a volte migliaia, di disperati uomini e donne e vecchi e bambini, che fuggono da un futuro a loro negato.
Una volta avvistata con i radar una di queste “zattere della disperazione” la nave si dirige verso di essa. In quei momenti siamo tutti tesi, e ognuno, nel rispetto dei suoi compiti, si preoccupa in cuor suo per quello che troveremo. Quanti vivi, quanti morti. Quanti riferiti dispersi. Quanti vecchi. Quanti da cercare lì intorno.
Ogni volta assistiamo a spettacoli che vanno ben al di là della nostra fantasia e che lasciano una ruga in più sul viso.
Una volta arrivati la “macchina del recupero efficiente”, come la chiamo io, si mette in moto. Ognuno sa quel che deve fare e lo fa in silenzio. Solo i loro richiami di aiuto, e il rumore di fondo del mare, ci entrano nelle orecchie e si conficcano nel cuore. Ognuno ha un suo compito ma ognuno è disponibile per tutti. E' un po', in quei momenti, come se ognuno capisse davvero, come mai è stato nella sua vita, il senso profondo della solidarietà.
Spesso capiamo anche chi è, o chi sono gli scafisti. Anche con loro si fa l'esercizio spirituale di reprimere il desiderio di torcergli il collo (con le mie mani non avrei difficoltà...). Chissà, forse quei soldi che hanno preso, potrebbero essergli serviti per dare da mangiare ai loro cari..... eh sì, anche gli scafisti hanno dei cari, chi l'avrebbe mai detto. Non mi sento proprio di giudicare nessuno. Cerco di aiutare tutti.
E finalmente arriva il momento in cui sono tutti a bordo. Spesso un giorno non basta per arrivare a destinazione, spesso il mare ci rallenta. Abbiamo la possibilità di accoglierne 80, in una camerata con brandine e calore. Ma spesso, spessissimo, sono tanti di più. E allora a bordo te li trovi dappertutto. Specie i bambini. Hanno una capacità incredibile di trasformare tutto in un'avventura meravigliosa e te li vedi sbucare da ogni buco, un po' sorridenti. Anche in Africa giocano a nascondino, all'”ammucciatella”, come diciamo noi calabresi.
E il loro sorriso fa sorridere anche me.
Il nostro cuoco, in fondo al cuore, è contento, ma non si permette di farlo capire a nessuno, anche se io, che lo conosco bene, glielo leggo negli occhi. Quando deve cucinare per tanti si esalta, e più tanti sono più lui gode. Gode nel pensare cosa gli potrà dare da mangiare, gode nel sapere che le sue capacità saranno duramente messe alla prova. E' un poveraccio un po' folle, tutto sommato, ma si fa in quattro.
Sa che certi cibi non può usarli perché questa gente, ancorché letteralmente “morta di fame”, segue i precetti della loro religione. Lo scatolame di maiale non lo mangerebbe mai..... e allora lui gli fa grandi minestre di verdura, calde, in cui mette il cus cus e pezzi di pollo. Ha una pentola di 50 litri di volume. Si eccita, e vede già, con gli occhi della speranza, il sorriso di coloro che terranno in mano le sue ciotole.
Questa è la mia vita, a cui non voglio e non posso rinunciare. Nel senso che non ci riesco. Queste sono le mie famiglie e il mare è mio Padre.
Questa notte abbiamo avvistato uno scafo al largo di Malta, in acque territoriali. Certo, non dovremmo andarci, ma sappiamo benissimo che ci andremo comunque.
96 umani di cui almeno due terzi prossimi alla morte. Gambe e braccia che possono soltanto ricordare i campi di sterminio. Occhi neri in un buio pesto. Occhi di chi ha perso tutto, anche dopo averci visti. Che ne sarà di loro, una volta scesi dalla motonave Dattilo? Non è mio compito pensarci ma non riesco a farne a meno.
C'è una ragazza che aspetta un bambino. E' molto bella, di pelle appena scura. Avrà sedici anni. L'attesa di un figlio la rende ancora più bella. Non capisco se abbia un compagno o se il compagno l'abbia imbarcata a forza, per dare un filo di speranza a questo figlio.
La portiamo su con tutta la delicatezza possibile. Il comandante le offre la sua cabina. C'è un letto vero. E' spossata. La magrezza le rende ancora più evidente quella pancia già enorme di suo. Le mettiamo vicina una donna, cerchiamo di farle capire che se succedesse qualcosa ci chiami.
Esco da quella cabina pensando al futuro, non il mio, ormai irrilevante, ma a quello di questo nascituro.
Mi butto in branda alle sei. Notte difficile. Ma mi sono sentito utile. Siamo stati tutti utili, siamo una bella squadra. Forse non siamo davvero nati per niente, abbiamo seguito “virtute e conoscenza”. E l'esercizio della virtù ci ha dato la conoscenza. Tutto, aveva capito Dante.
Sento gridare improvvisamente. Ho dormito quaranta minuti. Fin troppi.... Esco e capisco. La donna fuori dalla porta della cabina del comandante grida, chiama aiuto. Entro e capisco che siamo arrivati. Bene. Gli uomini son riusciti a medicalizzare il parto ma gli animali ci hanno insegnato che la natura non ha bisogno di nessuno. Purtroppo nessun uomo si è fatto avanti per veder nascere il proprio figlio. Il comandante è un po' impressionato. Allora mi avvicino io a lei, col volto solcato dalle lacrime per le contrazioni dolorose. A suo tempo, tanto tempo fa, avevo dato anche l'esame di ostetricia e ginecologia. Adesso è il momento di metterlo in pratica. Ostento sicurezza davanti a tutti. Li faccio uscire. Siamo soli io e lei. Lei griderebbe, se ne avesse la forza, ma emette solo un respiro rumoroso. Se sapessi la sua lingua.... cerco di sorriderle e di darle conforto. Le stringo la mano. Penso a Gesù, nato da solo in mezzo al fieno. Eccola la testa! Nera e con capelli neri. Ok, dai, il gioco è fatto. L'ultima spinta me lo mette in mano e lo tiro fuori. 
Piangi, cazzo, piangi!!!! Tira fuori questo cazzo di voce, porca puttana, non vorrai morirmi fra le braccia. Non farmi questo torto. E finalmente esce fuori questo grido, pianto acutissimo che avvisa tutti che ce l'abbiamo fatta. Sorride adesso la mia Madonna. Glielo metto in braccio e apro la porta. Mai nascita venne accolta con più grande gioia e con un canto della loro terra che a me ricorda “Va pensiero...”.
Piccole felicità, grandi gioie, chissà.
Torno in branda e il cuore va a quel bambino che non ho voluto.








domenica 25 settembre 2016

Ancora qualche passo

Ho appena finito di masturbarmi, con quel microsecondo di beatitudine che la cosa porta con sé. Del resto mi accontento. Non è vero che è come fare l'amore con la persona a cui si vuole più bene, non è più così. E se possibile è ancora più triste.
Mi preparo a uscire per il dovere quotidiano: cheppalle!
Guardo con attenzione la boccia con i pesci, il taccuino e la penna con cui prendere gli appunti. E' un po' di tempo che questo allevamento all'incontrario dei pesci mi appassiona.
Riempio la boccia di acqua pulita. Compero due pesci della stessa razza, un maschio e una femmina. Li metto nella boccia e li nutro con regolarità, come da manuale. L'esperimento consiste nel non cambiargli mai l'acqua. Per ogni razza quindi segnerò sul diario durata della vita del maschio, della femmina e il grado di opacità dell'acqua, misurando l'attenuazione del fascio di luce all'estremità opposta della boccia. Risultati: mediamente cinque giorni di vita residua, in genere gli ultimi due senza più alimentarsi. I maschi muoiono prima delle femmine, come noi umani. Soffrono di più. Il record però di nove giorni l'ha stabilito un maschio di pesce pagliaccio, annegato nella propria putredine con gli occhi fuori delle orbite più del solito. Li considero morti dopo che galleggiano per venticinque minuti. Per quando non ci sono mi supplisce la telecamera. Dimenticavo: la temperatura dell'acqua è venti gradi, termostatata.
Cammino, con le cuffiette, che mi aiutano a tenere vuoto il cervello. Se non avessi le cuffiette a ogni ringhiera mi verrebbe quel pensiero e non voglio. E poi la radio non è male, ha un elenco di due o trecento canzoni che ripete sistematicamente, per cui dopo alcuni anni la sequenza l'hai inconsciamente imparata a memoria. Cento e quindici passi al minuto. Perché mai, poi, per chi, soprattutto.
Lo vedo da abbastanza lontano, saranno almeno una cinquantina di metri. Nel silenzio del mattino faccio fatica a riconoscerlo, ma capisco che mi viene incontro per salutarmi. “Buongiorno dottore!”.
Mi devo fermare. “Buongiorno Rai, come andiamo?”. “Cosa vuole che le dica? Non mi lamento, ormai nella mia condizione sarebbe sciocco farlo.... Lei piuttosto? Vedo chiaramente che si trascina dietro un grosso peso e mi dispiace”. Ma come cazzo ha fatto a capirlo? Io cammino per la strada, sono sempre lo stesso, lo zainetto peserà due etti, tre con la giacchetta a vento, non lo vedo da parecchio e non può sapere da nessuno gli affari miei........ “Ha ragione, Rai, è un momento difficile, e non è un momento, sono mesi”. “Non so che dirle, Dottore, vedo come lei sta adesso ma non ho il potere di dirle che tutto si aggiusterà....”. “Ma mi dica, Rai, ma lei non è morto da qualche giorno? Cosa ci fa qui?”. “Ci è concesso ancora qualche giorno, appunto, per sistemare piccoli affari lasciati in sospeso.... ma non siamo percepibili da tutti”. “E perché io la posso vedere e posso parlarle?”. “Perché lei è proprio uno dei miei affari in sospeso”. “Ah, ah, ah, Rai, lei vuole davvero farmi ridere. Ma mi lasci perdere.... Mi lasci bollire nel mio brodo, come i miei pesci. Arrivederci Rai. Non è stato un piacere ma son del tutto sicuro che non ci vedremo mai più. Neanche all'inferno”.
E via, quasi di corsa.... ma che cazzo vuole sto cadavere ambulante.... poveraccio, in fin dei conti. Chissà se ha vissuto come ha voluto.... o come ha potuto..... o come altri hanno voluto che vivesse.
Sono già arrivato al mio punto di arrivo e mi sono voltato per la via del ritorno. Cammino tranquillo, non assorto ma abbastanza tranquillo.
Sto per attraversare la strada e sento dietro di me l'avvicinarsi della sirena di un'ambulanza. Sto per attraversare, sono sulle strisce, chi cammina del resto non si può fermare, se no perde l'abbrivio.
Bum!

“Ciao Rai.....”


giovedì 22 settembre 2016

Lizzy

Dopo tante incertezze, mi sono convinta.
Già da qualche tempo sono diventata padrona della casa "di famiglia" e ho finalmente deciso di ricostruirla da cima a fondo, cosa che a un tempo mi stuzzica e mi gratifica immensamente. Non che quella casa fosse brutta, anzi, averci trascorso l'infanzia e la giovinezza è motivo continuo di bei ricordi, però vi sono alcune cose, che per me hanno un significato profondo, che potrò finalmente cambiare.
E allora tanto vale cambiarne anche svariate altre....

E' un vecchio palazzo, in un quartiere del centro, in una lunga strada che si dirama da una piazza alberata, dirigendosi a sud, con due file non interrotte di caseggiati fine ottocento, ai cui lati vi sono ancora giardini meravigliosi e riparati, nascosti da sguardi indiscreti, che sembrano inesplorati.
Come tutte le case di un certo tono ha sempre avuto il servizio di portineria, e quando ero piccola questo era tenuto da due sorelle, che mi hanno sempre fatto venire in mente le sorelle Materassi. Erano due vecchie sorelle, e non mi stupirei se avessero nascosto un grande segreto. Magari erano ricchissime, e il sabato mattina, quando andavano via, mi immaginavo che andassero a stare per due giorni in una reggia sfavillante....
Da bambina in quella via c'erano negozi che ormai non ci sono più e anche i loro padroni sono morti. Il vecchio lattaio, il vecchio macellaio, tutti negozi in cui il rapporto col cliente diventava una piacevole consuetudine, e ci si dava il buongiorno come con una persona in un certo senso di famiglia. Solo il tabacchino è rimasto uguale, nel senso che si è tramandato di padre in figlio, e come è facile immaginare si tramanderà di figlio in nipote. Sono cambiati soltanto gli articoli che compravo, caramelle, chewing gum, piccoli giocattoli.... adesso compro anche carte bollate.
Con Edo abbiamo per tanti anni abitato in un'altra casa, ma adesso la lasceremo, io senza alcun rimpianto. La "mia" casa sarà un'altra cosa.
La decisione ha tardato a venire, sia per l'impegno economico da sostenere sia per quella malinconia che sempre accompagna i cambiamenti, e che ci si vuole evitare finché non se ne possa più fare a meno.

Gli operai dell'impresa hanno incominciato un giorno di maggio. Ben presto, dato che per costruire bisogna inevitabilmente distruggere, la casa è stata invasa da un fine pulviscolo, fine ma denso, che impediva di vedere le persone a più di un metro, oltre il metro le si intuivano soltanto, senza riconoscerle.
La sera, prima di cena, faccio un piccolo sopralluogo e il vedere quello sconquasso mi dà l'impressione che non riuscirò mai più a farne qualcosa di buono. E intanto nella testa mi frullano mille pensieri e mille progetti, tutti fra loro diversi, e si affollano alla soglia della coscienza con la stessa opacità con cui il pomeriggio intravedo gli operai.
Ma intanto, giorno dopo giorno, i lavori vanno avanti, anche se ci ho impiegato più di un mese a capire dove, e come, volevo la cucina.
Questa nuova occupazione però, anche se in certi momenti lo nego a me stessa, mi porta anche soddisfazione, quella che ogni nuovo e bel progetto porta con sé.
Gioia, preoccupazione, rimorso di disfare qualcosa che la mia famiglia ha costruito, incertezza continua sulla bontà delle mie scelte, mi hanno accompagnato nelle mie giornate estive, e anche le tanto sospirate vacanze ne hanno sofferto.
In realtà tutto andava per il meglio e Edo, che molto poco spesso faceva dei sopralluoghi, era comunque favorevolmente impressionato, in quanto vedeva la casa cambiare di volta in volta, e mentre all'inizio non era neanche in grado di riconoscere le stanze, nell'ultima visita era riuscito a capirne la disposizione e ne era rimasto molto contento.
Non sapevamo quando la casa nuova sarebbe stata pronta, ma sapevamo che ci saremmo stati bene.
Una mattina però sono stata interrotta, mentre facevo lezione, dalla telefonata di un ragazzo della squadra, che, con un tono di voce molto preoccupato, diceva: "Signora, venga subito a casa, abbiamo trovato qualcosa!...". Cosa fosse questo qualcosa neanche lui riuscì a spiegarlo bene, e io, alquanto contrariata, mi sono affrettata a raggiungerlo. Sembrava che in casa fosse stata trovata una cosa che non poteva neanche essere nominata. In quel quarto d'ora di tragitto mi domandavo senza posa che cosa potesse mai essere.
Era quasi l'ora del pranzo, e tutti gli operai si sono fermati al mio arrivo. Il capo, un gigante dall'aria dolcissima, mi ha condotto nella stanza che avrebbe dovuto diventare il salone, e mi ha mostrato la causa di tutto quel trambusto.
Un osso.
Appoggiato in una fessura del muro, che nei progetti sarebbe dovuta diventare una nicchia, faceva bella mostra di sé quest'osso bianchissimo, calcinato, di forma irregolare, in un punto acchiocciolato su sé stesso, grande come il pugno di un bambino appena nato.
"Resti umani", dicevano gli occhi spalancati di tutti gli astanti, non impauriti forse, ma timorosi di profanare qualcosa e di ricevere una punizione sovrannaturale per quella loro empia azione.
Io invece ho trattenuto a stento il primo moto di riso. "Ogni scusa è buona per non lavorare", ho pensato, ma anche io avevo un certo disagio persino a sfiorarlo.
"Chiamerò Edo", disse ad alta voce, pensando a lui che in quel momento era in studio con i suoi pazienti, "State tranquilli. Per oggi potete andare a casa". Un'altra giornata di lavoro persa, riflettevo mentre andavo a casa.
"Un osso dentro un buco nel muro, e cosa sarà mai....", ma non riuscivo a capirne il perché, il come ma soprattutto il quando.
Escludevo, col buon senso della maestra, che potesse trattarsi di ossa umane. Non solo Edo me lo avrebbe agevolmente confermato ma quella casa non era certo un castello che contenesse celle segrete dove far morire prigionieri condannati a una morte lenta e atroce. E poi non era verisimile che tutte le altre 205 ossa si fossero consumate e quella no. I miei genitori erano andati ad abitare lì nel 1953.
Lizzy ne parlò a tavola con Edo e anche Giò, il loro ragazzo, studente naturalista, dichiarò il proprio interesse per quel reperto.
Dopo pranzo andarono tutti e tre a fare un'ispezione, con la dovuta calma. Edo prese in mano il reperto con curiosità scientifica, ma non senza delicatezza, e si mise a guardarlo attentamente sotto la luce della finestra. Giò girava per la casa, eccitato e curioso. Lizzy si sedette sull'unica sedia disponibile: stava proprio diventando bella, la sua casa.
"Non è un osso umano", sentenziò il signor dottore. "Non conosco ossa umane con questa forma".
"E allora cosa è?" gli ho chiesto io, tranquillizzata ma curiosa, "Boh, non sono veterinario, come faccio a saperlo" le rispose. "Non tutti i tuoi pazienti ne sarebbero certi" pensò Lizzy, ridendo fra sè, ma non disse niente. Si godeva l'ultimo sole di quella giornata di ottobre, anche lei appoggiata al davanzale della finestra.
Improvvisamente Giò gridò: "Venite un po' qua, a vedere cosa ho trovato". Entrambi, distolti dai loro diversi pensieri, si alzarono di scatto e andarono da lui, che stava frugando dentro la nicchia dove l'osso era stato trovato.
Con le dita e le unghie sporche di calce porse loro un rotolo di carta avvolto da un nastro sbiadito, che una volta era stato celeste.
Lizzy lo prese in mano e sciolse il fiocco, srotolando con la migliore delicatezza la carta ingiallita.
Ne lesse il contenuto ad alta voce.
"Caro amico, scusami se ti ho fatto spaventare trovando quest'osso. Sono una donna vecchia, prossima alla morte. La mia vita è stata bella e allietata da una grande famiglia, ma ora sono rimasta sola. Mi restava il mio cane, che con affetto e devozione mi ha reso meno tristi queste giornate, in cui il sole sembra solo tramontare. Anche se può sembrare paradossale è lui che ha reso più umano il mio ultimo tratto di strada. La mattina mi svegliava, con gentilezza e delicatezza, e il dovermi occupare di lui, il mio Gluck, mi impediva di starmene tutto il giorno a letto, a rotolarmi nella malinconia. E così, per anni, abbiamo vissuto insieme, cercando di darci vicendevolmente un po' di joie de vivre. Preparandogli la zuppa veniva voglia di mangiare anche a me, e così mi ha impedito di lasciarmi morire di fame. Obbligandomi, ma solo con gli occhi, a portarlo a sgambettare ha impedito che si rattrappissero definitivamente le mie stanche giunture. E la sera, seduto vicino a me sul divano, mi ha dato quel calore che credevo di avere perduto per sempre.
Ma ogni cosa bella ha una fine e anche Gluck è finito, prima di me. Le mie preoccupazioni su cosa sarebbe stato di lui "dopo di me" si sono rivelate inutili.
Sono arrivata con lui in braccio dal veterinario che respirava a fatica, e mi guardava con uno sguardo stupito e riconoscente. Il dottore, vecchio amico, mi ha detto che non era nelle sue possibilità di fare qualcosa, quel calcio aveva rotto il fegato. C'era solo la possibilità di non farlo soffrire. E io, che l'ho amato così tanto, non ho voluto che soffrisse.
Un piccolo favore, ho chiesto al veterinario. Dammi qualcosa di lui, un osso magari. Voglio che resti nella casa dove ha vissuto, e dato, ore felici.
E adesso sono qui, con quest'osso in mano, che nascondo perché voglio che resti in questa casa, e vorrei che tu, caro amico, lo lasciassi riposare ancora, fino alla fine dei tempi. Grazie".
Edo si alzò di scatto e andò a prendere il secchio della calce.




mercoledì 21 settembre 2016

Verso il termine

1 - Il dottore è stato chiaro. Non ha minimamente tenuto in considerazione il fatto che che io mi senta davvero bene. Mentre leggeva l'esame istologico che gli ho portato, del quale io ho capito ben poco, cambiava espressione. "Non molto tempo", mi ha detto, evitando, per un garbo di cui non lo credevo capace, di pronunciare la parola "mesi". Mi fa sorridere l'idea che possa invece trattarsi di "giorni".
Appena arrivato a casa ho avuto un attimo di smarrimento perché il silenzio mi ha sempre dato addosso, anche se posso dire che la solitudine me la sono guadagnata alla grande.
Radio, benedetta radio. Vorrei ubriacarmi, come sicuramente farebbe il mio amato Marlowe: non lo faccio perché so che poi starei troppo male. Un bicchiere di bitter Campari colmo, con più Campari che  ghiaccio, potrà bastare.
E così, con il bicchiere posato davanti all'angolo destro del sottomano, quasi fosse diventato un piatto segnaposto, incomincio a scriverle, depresso in una casa deprimente.
Via via che riempivo le pagine sentivo la tensione diminuire, anche se cresceva il timore che lei, appena visto il mittente, le cestinasse senza neanche leggerle.
Non è stato un testamento, soprattutto perché non ho niente da lasciare oltre ai ricordi, pochi belli, la maggior parte dolorosi. Le cose di cui ho amato circondarmi non hanno alcun valore venale.
Ho cercato soltanto di spiegarle, guidando in questa ultima curva, quali e quante siano state le paure che hanno governato la mia esistenza.
Oggi, anche se viviamo nell'epoce della posta elettronica, le manderò una semplice lettera con un piccolo francobollo, per non negarmi il sottile piacere di pensare che una lettera possa perdersi nelle tasche della borsa di un un postino distratto, e magari arrivare dopo che io avrò voltato la curva.

2 - Non sono molti gli anni passati da quando sono rimasta sola. Certo, mio figlio viene spesso, ma d'altronde ha la sua vita.
Ho dovuto metterlo alla porta, quell'uomo che non voglio neanche più nominare, dopo l'ultima che mi ha fatto. E dire che tante gliene avevo perdonate, ma non c'è stato verso. Una volta di più non è stato capace di trattenersi.
L'ho messo alla porta non solo perché l'ho ritenuto insuscettibile di miglioramento ma perché ho finalmente compreso l'enorme distanza che ci separa. A nulla sono valsi gli anni di vita insieme e le cose, tante, che abbiamo condiviso. Vive, viveva, perché adesso non so che fine abbia fatto, in un mondo tutto suo, a me inaccessibile.
E stamattina, al ritorno da quel poco di spesa che mi obbligo a fare per non stare chiusa in casa tutto il giorno, trovo questa busta nella casella della posta, gonfia di fogli. Quanti anni saranno che non ricevo una lettera? Comunque è sua.
E' posata sul tavolo in cucina, ancora chiusa. Devo decidere se aprirla.  Non ho la più pallida idea di cosa possa esserci scritto ma non credo che chieda di tornare a casa. In questo senso mi incuriosisce.  D'altro canto ho già deciso che non voglio condividere più niente con quell'individuo.

Sono passati tre giorni e la busta è ancora lì, posata sul tavolo. Non ho nemmeno il coraggio di toccarla, sarò stupida.... come se mi potesse trasmettere ancora altro male oltre a quello che ho già ricevuto. Squilla il telefono. 
E' mio figlio, è facile esserne certa, perché non mi telefona nessuno. Chissà cosa vorrà dirmi.

sabato 17 settembre 2016


Capitano periodi in cui devi fare un qualche bilancio della tua vita disordinata e scombinata. “Anche se questa vita/un senso non ce l'ha....” direbbe Blasco.
E' come se in quei momenti sentissi un improvviso bisogno di guardarti meglio dentro, anche perché certi fatti non sono andati come avevi immaginato e sperato, e lo scombussolamento che ne è derivato ti ha indotto a desiderare di fare un po' di ordine e di chiarezza.
Non è detto che tu ci riuscirai ma almeno ci puoi provare, nell'unica maniera in cui sei capace a farlo, scrivendo. Scrivendole una lettera che non le darai mai e che leggeranno alcuni estranei, che di te si faranno una ben precisa idea: che sei una bestia.
Quindi incominci a piangere, tanto da mesi ogni giorno è così, e pensi un po' a lei. A Lei.
Fra qualche giorno saranno nove mesi che non la vai a trovare, non dico trovare, ma neanche a vedere per qualche attimo. Ovviamente non puoi scrivere che non ti ricordi neanche che faccia abbia, perché non è possibile, te la ricordi benissimo. Ti assomiglia come una goccia d'acqua, soprattutto nell'orribile carattere. Se io e lei avessimo lo stesso cognome potremmo chiamarci “Non ti parlo più”.
Ti sei scientificamente costruito una vita in cui ogni giornata ha talmente tante cose da fare che non c'è più spazio per lei, neanche le canoniche domeniche in cui la nonna veniva a pranzo. Succedeva anche in casa tua.
La domenica la nonna, se pur per anni è venuta, non viene più a pranzo. E' lì, inutilmente e scioccamente seduta su quella sedia dove il sollevatore la deposita, prelevandola dal letto, due volte al giorno. Ha una badante affezionata e a te basta. Credi che spiccichi qualche parola. Sei sicuro, del resto, che se ti dovessi per un qualche miracolo presentare ti chiederebbe “Chi sei?”, o almeno proverebbe a pronunciarlo. E ti lascerebbe comunque il sospetto che lo faccia apposta....
Due ictus è riuscita a farsi. E naturalmente uno a destra e uno a sinistra.
Tu ovviamente ti occupi di tutte le cose materiali (altri non fanno neanche quello) ma ben capisci come l'essere presente potrebbe essere un bel regalo. Forse. Tu che regali cose a tutti non riesci a regalare un po' di tempo a lei.
E allora ti domandi da dove possa venire tutto questo rifiuto.
E' troppo semplice dire che continua a farti incazzare, ed è riduttivo. Certo che, quando è stato il momento, se la pressione alta se la fosse curata adesso non saremmo a questi punti. Il fatto di avere un figlio laureato in medicina e chirurgia (non medico...) non l'aveva convinta. Fare di testa sua le sarà sembrato più furbo. Mal gliene incolse.
Ma non c'è mai stato un buon rapporto, troppa era la distanza fra i modi di vedere e di pensare le cose del mondo e della vita, e nulla c'è mai stato di veramente “complice”. Le parole volersi bene si dovrebbero sostanziare, in quel rapporto, di una amorevole confidenza che non c'è mai stata. Quando lui è morto hai pensato: “Ma perché non è morta lei?”.
Adesso è la, circondata da tutti confort che possa sognare un tetraplegico e ti figuri che abbia “negli occhi aperti un grido”: “Sei una bestia”.
Lo so. All'inferno mi porterò anche questo punteggio, nella Caina, mi par di ricordare, i traditori della famiglia.
Spesso mi sovviene che, da bambino mi diceva “Ricordati che quando sarò morta piangerai”. Non lo so mica, però piango adesso, non per lei ma per me.
Mi sono anche negato il piacere di assistere la Mamma.

Ricorderai di avermi atteso tanto
e avrai negli occhi un rapido sospiro.
(G. Ungaretti, La madre)


mercoledì 31 agosto 2016

Scappare 18 - Amici

Laurent continuava a vivere come in un sogno, e la realtà che viveva ogni giorno era offuscata, e quindi resa irriconoscibile, dal dolore che continuava a provare per la perdita di quella donna, alla quale da mesi aveva affibbiato nei suoi pensieri tutti gli epiteti peggiori a fianco di tutte le parole più dolci, a seconda dell'umore del momento. 
Anche il ristorante ne aveva risentito e i clienti non uscivano più con il sorriso sul volto. Ma a lui in quel momento interessava davvero poco.
Quella sera aveva deciso che non sarebbe stato solo a piangere: avrebbe invitato Adrien: così avrebbe potuto liberarsi senza ritegno anche di fronte a lui. Che soddisfazione!

Adrien era suo amico da tanto tempo. Lo aveva seguito in tutti i pasticci della sua vita, senza giudicarlo mai. Certo, possiamo dire che non sempre riusciva a comprenderlo (perché Laurent era “davvero” una persona fuori dell'ordinario, in tutti i sensi) ma lo accettava, non lo cazziava e ci mangiava volentieri assieme. E soprattutto era profondamente buono, non per convenienza ma per natura. La stessa natura che induce la leonessa ad aver cura dei suoi cuccioli.
Ciò a Laurent bastava e avanzava per metterlo in cima alla lista dei migliori amici della sua vita, lista che finiva rapidamente con le dita della mano.

Arrivò alle sette, perché anche lui aveva problemi materiali da risolvere. Adrien, dopo un'esperienza finita, era rimasto solo, ed erano anni, e, come sempre succede, era diventato sempre più esigente. Laurent, da buon amico, si era, per un certo periodo, anche impegnato a trovargli non si dice un Amore ma almeno una persona con cui fare quattro chiacchiere o andare a mangiare qualche pizza. Una persona da sapere che c'è se hai una serata particolarmente schifosa. Ma non era riuscito nel suo intento. Troppo esigente o troppa paura. O forse entrambe le cose.
Preparò il succhiello per due, l'aperitivo preferito di Philip Marlowe. Fece a cubetti la frittata di patate.
Intanto che aspettava si aprì una bottiglia di Cremànt d'Alsace che teneva per le buone occasioni. Ma quella non lo era. Era solo una serata per farsi convincere di smetterla di sognare. Di smettere di sognarla. Ma Adrien prevedeva che non ci sarebbe riuscito. Lo sapevano benissimo entrambi.

Dopo il primo bicchiere di succhiello la lingua si incomincia a sciogliere.
“Perché la ami così tanto?” chiese improvvisamente Adrien. Lui non ci stette tanto a pensare, era una domanda facile. “Non lo so perché la amo così tanto. Ma so che non posso stare senza di lei, anche se è piena di difetti – come me, naturalmente – e spesso è insopportabile. E non le piace neanche tanto fare l'amore con me, con altri non so. Ma non riesco a immaginare la mia vita senza di lei. Mi piace fuori e soprattutto dentro. E la prima volta che ho fatto l'amore con lei ho desiderato davvero morire per fermare per sempre quel momento. E quando morirò il mio pensiero sarà solo a quel momento”.
“Laurent, non ne sei innamorato.... sei matto pazzo innamorato di lei...”. “Bel casino!”.

Laurent avrebbe voluto gridare, avrebbe voluto fare uscire in una volta tutte quelle lacrime che aveva dentro, gli sarebbe piaciuto sfogarsi una volta per tutte. E invece, nei momenti più disparati della giornata, gli saliva su quella malinconia che, come la nausea, preannuncia l'esplodere di una cosa che non si può fermare.
Era dimagrito tanto Laurent, e Adrien se ne era accorto facilmente.
Soffriva anche lui per il suo amico e se fosse servito a qualcosa sarebbe andato da quella donna, che anche lui aveva conosciuto, per dirle qualcosa. Qualcosa a favore del suo amico, certo. Ma anche lei avrà avuto le sue buone ragioni, figuriamoci. Era meglio di no.

Finirono di mangiare parlando poco, e solo del cibo e del tempo. L'unica cosa che li aiutò furono le bottiglie di bollicine.
Dopo il caffè Adrien si allungò sul divano e cadde nel sonno.
Laurent, tra i fumi dell'alcool, credette di vederla entrare dalla porta di casa e si alzò improvvisamente. Solo un attimo la testa gli girò e cadde rumorosamente sbattendo la spalla sul tavolino di legno. Entrambi rotti.
La mattina dopo la persona che faceva le pulizie li trovò entrambi ancora addormentati, uno sul divano e una a terra, con il braccio adagiato in una pozza di sangue rappreso e in una posizione innaturale.


giovedì 25 agosto 2016

CURRICULUM


Bettina quella mattina si era alzata presto, alle cinque e un quarto. L'appuntamento era alle dieci e mezzo ma lei voleva avere tutto il tempo necessario per ricontrollare il curriculum. Era troppo importante e doveva essere perfetto.
La sveglia, regolata sulle sei, non aveva neanche avuto il bisogno di suonare perché un clic "dentro", in quel sonno più volte interrotto, l'aveva richiamata alla scarsa luce dell'alba invernale.
La prima imprecazione era maleducatamente uscita dal pensiero cercando le ciabatte. Mai che fossero al loro posto.
Arrivò in cucina con gli occhi ancora assonnati, senza a riuscire a trovare l'occorrente per colazionarsi. "Fatti almeno il caffè", si disse, "il resto lo cercherai dopo".
Anche il caffè quella mattina stentava a salire, non ostante lei fosse sicura di non averlo schiacciato nel filtro, segno di una giornata storta. Ma ancora lei non poteva immaginare quanto.

Dopo la frutta riprese in mano il curriculum. Non aveva voluto usare il cosiddetto formato europeo, tanto non era un professore universitario, e a lei piaceva che fosse più discorsivo. Aveva inserito tutti i suoi studi, a partire da quella scuola elementare che tanti tristi ricordi le aveva marchiato, per finire a quella laurea tanto desiderata, anche se in cuor suo, se le fosse stato permesso, lei avrebbe voluto fare il medico. Il Medico. In particolare l'internista, specialità per la quale si sentiva particolarmente portata. Ma, oggi lo possiamo dire con cognizione di causa, ciò per cui lei era disperatamente portata era il poter aiutare il suo prossimo.
In questo la sua laurea e la sua professione la aiutavano solo parzialmente.
Poi c'erano le esperienze lavorative, in un certo senso il punto dolente del curriculum, almeno dal suo punto di vista. Tutte attività in cui aveva dato letteralmente l'anima e da cui, invariabilmente, aveva ottenuto poco denaro e minima soddisfazione. Certo, aveva fatto della pratica ma tutto quello che faticosamente aveva studiato e imparato le era servito davvero poco.
Non aveva dimenticato gli hobby, primi fra tutti i suoi adorati fiori, di cui giustamente andava orgogliosa, e le sue aspirazioni, a nostro parere davvero modeste. Ma Bettina si dava molto meno valore di quello che davvero aveva.
Comunque il suo curriculum, dieci fogli in tutto più un floppy, era anch'esso perfetto.

Si vestì con cura e attenzione. Indossò un collant grigio velato e una gonna anche essa grigia. Una camicetta di lino color perla tirata fuori dal cassetto per l'occasione, ancora profumata di lavanda. Un filo di trucco, per evidenziare ancora meglio quelle due lanterne che aveva sotto la fronte, un rossetto di un rosso solo minimamente sfacciato. A lei piaceva così ed era sicura che al direttore del personale non sarebbe dispiaciuto.
Uscì di casa alle otto e mezza, due ore in anticipo sull'appuntamento. Non voleva arrivare per nessun motivo sudata.

Sull'autobus notò un uomo che la guardava con insistenza, ma lei era stata educata, dalla nascita potremmo dire, a far finta di niente. Anche se cercò a sua volta di guardarlo, cercando di non farsene accorgere. Quell'uomo aveva un aria studiatamente trasandata. Una volta era stato biondo ma adesso i corti capelli sulla carta d'identità erano stati definiti brizzolati. La barba di alcuni giorni. Due baffoni che facevano venire in mente una foca o un leone marino, in questo aiutati da un fisico non proprio asciutto. Teneva in grembo una borsa floscia, in cui a più riprese rovistava senza dare l'impressione di avere trovato quello che cercava. O forse era un gesto per darsi una qualche importanza. Bettina ne era rimasta come ipnotizzata e non riusciva a staccargli gli occhi di dosso, anche se doveva farlo. Le avevano insegnato che non era buona educazione.
Finalmente lui scese dall'autobus, e Bettina lo cancellò dai suoi ricordi. Era sceso alla fermata prima di quella a cui sarebbe dovuta scendere lei.

Arrivò all'azienda con mezzora buona di anticipo. Non volendo fare la figura dell'ansiosa, anche se a quel posto ci teneva davvero assai, decise di farsi un giro alla Rinascente. Chissà che non le venisse qualche buona idea per arredare la sua nuova casa. Di tante cose ancora aveva bisogno quella casa. Di un uomo, anche.

Come dio volle l'ora passò, fra servizi all'americana e stoviglie decorate a fiori verdi.
Bettina uscì e entrò nell'azienda. Con tutta la sua gentilezza chiese del direttore del personale. Fu indirizzata dagli uscieri al secondo piano. A lei piacevano le scale, le riteneva un buon esercizio, e non aveva alcun torto, vista la snellezza delle sue gambe. Comunque l'ascensore la terrorizzava. Se avesse dovuto salire al dodicesimo piano non avrebbe potuto fare a meno di arrivare un po' sudata.
Una segretaria che non avrebbe sfigurato in un calendario per camionisti, con un seno assolutamente inverosimile, le disse di accomodarsi in una saletta poco più avanti, chiusa da una porta di vetro smerigliato. Sarebbe stata chiamata.
Si avviò con il suo bel curriculum sotto il braccio ed entrò. C'era solo un'altra persona.

Lo riconobbe immediatamente. L'uomo dell'autobus, la foca.
Sulla camicia, bianca, spiccava una macchia marroncina, goccia di caffè colata dai baffi, pensò lei con un moto di simpatia. E lui portava anche la macchia con grande noncuranza. E fumava. Nella saletta d'aspetto i portacenere del resto non mancavano e l'aria era pesante del fumo di più giorni. Bettina pensò che presto si sarebbe alzata ad aprire la finestra.
Anche lui l'aveva riconosciuta, non immediatamente ma l'aveva ben riconosciuta. Bettina non capiva se le guardava più le gambe o più gli occhi ma la guardava con profondità.
Dopo avere realizzato che mai e poi mai lei gli avrebbe rivolto la parola lui esordì con un "Anche lei per il curriculum?". Una bella voce, forse leggermente nasale.
"Sì, certo", rispose. E si accorse di balbettare. "Speriamo che serva a qualcosa..." continuò lui, con incertezza.
Voleva farla parlare. E allora prese il coraggio a quattro mani. Si alzò dicendo "Io sono Franco B. Forse ambiamo tutti e due allo stesso posto ma nulla vieta che ci stringiamo lealmente la mano. E che vinca il migliore". Franco si stupì della naturalezza con cui gli era uscita questa frase.
Ma non era solo naturalezza. Era anche desiderio. Di conoscerla.
Anche lei si stupì che le avesse rivolto la parola. Tutti le avevano sempre fatto capire che lei era una insignificante nullità ed era stupefacente che qualcuno in circa dieci parole li smentisse così categoricamente. Le si strozzò la parola in gola e per forse due secondi, o due minuti, non fu in grado di emettere suono o di muovere il braccio. E lui, lì, fermo, con il braccio esteso e la mano, che grande mano, aperta verso di lei.
Ci si tuffò dentro, quella mano, Bettina, intuendone la schiettezza.
"Piacere Franco. Io sono Bettina F. Che vinca il migliore, certamente".
Franco le si sedette a fianco. Incominciò a parlarle e lei ne restò affascinata. Non capiva le parole ma soltanto la nuvola sonora che esse costituivano, nuvola su cui lei galleggiava. Una nuvola che poteva essere di bla bla bla come poteva essere la declamazione del quinto canto dell'Inferno - Quali colombe dal disìo chiamate.... - una nuvola fatta di alito di sigaretta, di caffè, di voglia di raccontarsi... Franco che voleva andare via.... Franco che voleva una vita diversa, ma che doveva anche lui consegnare il curriculum anche se questo avrebbe inevitabilmente voluto dire che era in competizione con lei. Noi sappiamo bene che Franco in competizione non lo avrebbe mai voluto essere con nessuno....

Improvvisamente i loro sogni cedettero il passo a due colpi secchi, sul momento non riconoscibili, a cui seguirono grida disperate, troppo vicine a loro. Franco la prese per il braccio e la strappò via dalla seggiola su cui lei era rimasta incollata.
"Vieni via, piccola". Dopo aver sbirciato oltre la porta di vetro smerigliato uscì trascinandola, cercando da andare nella direzione opposta a quella da cui aveva sentito gli spari. Lei lo seguiva passivamente, non capendo bene quello che stava succedendo.
In qualche maniera arrivarono in strada. Franco ansimava. Camminarono forse cinque minuti, mano nella mano, fino a quando entrarono in un piccolo bar. Con un'aria pulita. Si sentivano, lontane, le sirene della polizia.
Nel giornale di domani avrebbero letto che il direttore del personale era stato freddato con due colpi di 357 Magnum da una donna disoccupata. Disperata. Doveva essere uscita da quella sala d'aspetto un attimo prima che c'entrassero loro.
In quel bar, davanti all'ennesimo caffè, Franco le disse "Che culo che abbiamo avuto, cara la mia Bettina...." e lei annuì, pensando al curriculum rimasto nella stanza fumosa.
Ma chissenefrega del curriculum.....


martedì 2 agosto 2016

Botanica

Coltivare un giardino è un piacere dello spirito un po' asettico: prescinde infatti da qualsiasi influenza e trae massima soddisfazione soltanto dalla perfezione formale.

Coltivare delle rose è invece un bisogno del cuore: la cura per esse richiede tutto ciò che di bello e di buono alberga nel più profondo di noi, anche se il nostro meglio è inestricabilmente legato al nostro peggio.
Ecco perché ogni rosa in un bicchiere porta con sè una piccola lacrima.



sabato 23 luglio 2016

Scappare - 17

Laurent non era emofilico eppure quella ferita continuava a perdere sangue senza coagularsi mai. Una specie di stimmata, pensò ridacchiando.
Quella notte era stato sveglio un'ora, forse svegliato da un rumore talmente piccolo che a nessuno avrebbe mai potuto dare fastidio, ma il suo sonno ormai era diventato così. Leggero come una piuma, necessitante di buio e silenzio assoluti. Invece, aiutato dal buio e dal silenzio che non erano così totali, Laurent sentiva lo stillicidio della ferita, un gocciolìo ininterrotto, e lui in quel momento non era sicuro di riuscire a sopportare quel dolore. Gli venne in mente il passaggio a livello che attraversava tutte le mattine. Ma non avrebbe avuto quel coraggio anche se capiva bene che in fondo si sarebbe trattato solo di un attimo di coraggio. O di sconforto. Non era così depresso da perdere l'istinto di conservazione della vita. Non ancora, almeno.

Per un caso era anche riuscito a rivederla. Ricordava poco di quel giorno, tanto era stato il dolore. Due cose però le ricordava bene: che Solange non aveva voluto baciarlo e che aveva pianto sulla spalla di lei, implorandola. Laurent quel giorno era stato malissimo.

Nei successivi era persino riuscito a stupire sé stesso. Laurent non era una persona religiosa, nel senso che andava in chiesa solo per i funerali, e perché non ne poteva fare a meno. Gli sarebbero piaciuti i battesimi ma erano stati rarissimi nella sua vita. I matrimoni li aborriva come il fumo negli occhi, e a più di uno era dovuto andare.
Non era religioso perché in buona sostanza non credeva che qualcuno potesse risorgere dopo morto. Non era religioso perché odiava i preti e le suore. Aveva i suoi preferiti, certo, San Francesco avanti a tutti, uno che era riuscito a realizzare i sogni giovanili. E pochi altri....
Camminando si era trovato a passare davanti alla cattedrale di A., che non aveva mai visitato. Una bella chiesa è comunque un monumento dell'umanità, e sarebbe stupido non approfittare di darci un'occhiata. Mal gliene incolse, povero Laurent!
Il silenzio, l'odore, la penombra, tutta l'atmosfera concorsero, nel giro di pochissimi secondi, a farlo cadere in uno stato di malinconia profonda.
Si sedette in una panca in fondo alla chiesa, forse pronto a scappare, forse pronto a restare. "E se davvero mi fossi sempre sbagliato?", gli scappò di pensare, stupidamente. Un pensiero imprevedibile per un uomo così ragionevole.

Si appoggiò all'inginocchiatoio. Rovistò nei files più antichi, quelli saldamente ancorati alla memoria dei vecchi, e trovò le parole. "Ave Maria..... Padre Nostro.... Mio Dio mi pento e mi dolgo.... Kyrie eleison....Salve, Regina". Parole di un'infanzia che credeva perduta.
Ma come cazzo fai a pregare un Dio in cui non credi, vecchio mio? Ma ti sei istupidito tutt'a un tratto? Io lo guardavo dal di dietro, e conoscendolo bene, non riuscivo a farmene una ragione.

Eppure lui pregava, un Dio sconosciuto, e lo so bene che cosa chiedeva, chiedeva che quella donna gli desse ancora una possibilità, magari soltanto ancora un mese, una settimana, un giorno. I sussulti delle spalle rivelavano lo scorrere delle lacrime, copioso.
Quanto sarà stato lì ad appiattirsi le ginocchia? Io stesso in quei momenti persi la cognizione del tempo. La chiesa si era fatta ancora più buia perché la sera sopraggiungeva. Non c'era nessuno tranne lui. Una filiera di candele era accesa davanti a un altare laterale, l'altare di Santa Rita, la cosiddetta santa degli impossibili. Laurent si alzò, si avvicinò all'altare e tirò fuori dalla tasca della giacca del denaro, che cadde nella cassetta senza fare rumore (forse una banconota?) e accese una candela. Si chinò per leggere la preghiera da recitare e stette due buoni minuti curvo a leggerla. Se avesse potuto quella preghiera l'avrebbe declamata. Finita la lettura si raddrizzò e tornò sui suoi passi camminando all'indietro, senza dare le spalle alla Santa.
Forse sul suo viso in quei momenti una ruga aveva ceduto il passo a un filo di speranza.

Povero Laurent, tutte le provi......



domenica 17 luglio 2016

Scappare 16

"Non lo so".
"Lasciami stare".
"Vedremo".

Quante volte Solange glielo avevo scritto? Almeno due. E altrettante volte glielo aveva detto a voce. Non di più.
Quante volte Laurent aveva letto queste frasi? Mille. Al giorno, naturalmente. A lui erano bastate: le voleva considerare l'unico striminzito filo di speranza a cui rimanere attaccato, ma con la stessa forza di una cozza al proprio scoglio.
Erano un segno, in un certo senso tangibile, della piccola, minima residua volontà di lei di ridargli una possibilità. O almeno lui le interpretava così. Laurent non voleva contemplare il caso che quelle parole fossero state scritte invece senza quella reale intenzione ma con altre motivazioni. Eppure, caro Laurent, nulla vieta che sia proprio così, indipendentemente dalle tue speranze. Non sei nella testa di lei.
Così, su quelle parole lui passava le giornate a farsi dei film che gli portavano gioia e commozione. Immaginava serate autunnali passate in silenzio, seduti davanti a un caminetto che per loro era diventato una nuova televisione, seduti in due su quella vecchia poltrona ("Ti peso? No, non mi pesi") così da potersi baciare, con dolcezza o con passione, ogni volta che lo si volesse, e lo si voleva ogni secondo; immaginava gite in barca su laghi luccicanti di gocce di sole, e lei con un cappello a larghe tese che rideva come solo lei sapeva, finalmente felice. "Vedremo". Tutte queste cose lui si vedeva nel cuore, e tante altre, egualmente felici.
Al momento, anche se dobbiamo dire che qualche piccolo contatto c'era stato, però la situazione era ancora piuttosto ferma. 
Certo, quel giorno Laurent sarebbe andato a lavorare leggermente più di buon umore e forse la sua cucina ne avrebbe positivamente risentito. Un risotto con le verdure, voleva fare. Se ci si metteva d'impegno le cose gli riuscivano divinamente, e lui un pochino gongolava pensando ai complimenti che gli ospiti ("amici", li chiamava) gli avrebbero mandato attraverso il personale di sala.
Un filo di speranza. Nulla di più ma oggi questo filo stava diventando leggermente più resistente.

Uscendo di casa hai un mezzo sorriso sul volto, caro vecchio Laurent. Buona giornata a te.




sabato 16 luglio 2016

Scappare 15

Quel giorno Laurent aveva pianto in tre diversi momenti. Certo, per le solite cose, i ricordi e le canzoni. Canzoni d'amore, guarda caso. Era in uno stato di continua tensione nervosa e gli bastava davvero un minimo per far traboccare tutte quelle lacrime che costruiva continuamente pensando a lei. Perché il pensiero di lei non lo liberava per un istante. Ogni cosa che avevano condiviso, foss'anche una piccola cosa (ma cose piccole non ce n'erano mica state....) gli si ripresentava al cuore prima che agli occhi con una dolcezza infinita. I posti dove erano andati, i ristorantini, i musei guardati insieme con la complicità di essere dentro a una bella cosa; e non aveva alcuna importanza che magari in qualche occasione non fossero soli, perché il flusso di amore che c'era fra di loro li univa stringendoli con forza.
E adesso Laurent si trovava invece nella situazione di chi non sa proprio cosa fare. Aveva in mente tante cose che avrebbe potuto fare per provare a riconquistarla ma aveva il panico di sbagliare, e magari lei avrebbe irrimediabilmente detto no. Una volta per tutte. Una volta per sempre. E lui non sarebbe riuscito a sopportare questo dolore incredibile.
Gli sarebbe piaciuto scriverle continuamente, a ogni ora del giorno e della notte, ma aveva paura di annoiarla. Gli sarebbe piaciuto telefonarle e implorarla, del resto l'aveva già fatto, anche piangendo al telefono, ma non la voleva disturbare. Gli sarebbe piaciuto andare sotto casa sua, di notte, e scriverle sul muro di casa "SOLANGE TI AMO!!", cosicché tutti potessero vedere quanto lei fosse amata, ma non credeva che l'avrebbe presa bene. Gli sarebbe piaciuto mandarle continui regalini, come segno e come pegno d'amore, ma lei anche i regali non li prendeva bene.
E il risultato era che se ne stava lì, seduto a fumare in poltrona con la tazza di caffè in mano in ogni momento libero della giornata, e non faceva nient'altro che non fosse il lavoro di tutti i giorni, necessario ma svogliato, e tornava a casa il prima possibile, senza guardarsi intorno per la strada, a risedersi nella penombra e a bagnare le labbra nel caffè solubile. Impotente. Inane. Semplicemente addolorato.
Ogni notte la aspettava fino a mezzanotte e passa, che magari gli dava un qualche segno, come qualche volta era stato. E la aspettava fremendo dall'agitazione. E quando capiva che lei non l'avrebbe più cercato sprofondava in un sonno plumbeo.
L'altra notte l'aveva anche sognata, che lei scappava e lui la inseguiva gridando, non capendo il perché scappasse ma almeno libero, solo nel sogno, di gridare disperatamente.




venerdì 15 luglio 2016

Scappare 14

Quella donna continuava a mancargli da morire. Se l'avessero messo dentro a uno spazio confinato, dove l'aria a poco a poco fosse venuta a mancare forse Laurent si sarebbe sentito meglio. Invece si sentiva soffocare da quel dolore che ogni giorno era più lacerante.
Quella mattina si era svegliato con la luna più storta del solito, e aveva anche l'amaro in bocca. Lo aspettava una giornata pesante, perché nel ristorantino c'era un banchetto di matrimonio e allora, dato che non aveva fiducia di nessuno, si vedeva obbligato a controllare e a verificare ogni minimo particolare. In questo era ossessivo (come in altre cose....) perché riteneva che i suoi ospiti non dovessero avere la benché minima possibilità di lamentarsi. Su niente. Tutto nel suo ristorante doveva essere perfetto. A incominciare da come la luce solare batteva sulle tovaglie immacolate.
E dato che non tutti i suoi collaboratori avevano la sua stessa scimmia era giocoforza che lui controllasse il loro lavoro. E questo a casa mia si chiama “fare i lavori due volte”.
Laurent però quella mattina era veramente affine allo straccio da lavare per terra, quei vecchi stracci grigi a quadrettini, che ogni anno si assottigliavano sempre di più. Forse il pasto della sera prima, forse l'inizio di un attacco di colite ma sentiva dentro di sé un granchio che gli attanagliava l'addome, a morsi.
Si tirò su dal letto con fatica. “Lavorare devi, non puoi non andarci, specie oggi”, pensò svogliatamente. Non aveva neanche voglia di accendersi la radio, che un pochino aiuta a non pensare.
Si accese la prima Galoise. Intanto che fumava pensava. A lei, e pensava come tutto sarebbe stato più bello se il caffè glielo avesse portato lei a letto. Con un piccolo bacio. Il caffè non era ancora salito che il fumo denso si mescolava con lacrime. Iniziamo bene la giornata, caro Laurent.....



mercoledì 13 luglio 2016

Scappare 13


Ogni giorno che passava, potremmo dire fra pianti e strepiti, rendeva la situazione sempre più intricata e difficile, invece che migliorarla.
Naturalmente parliamo della situazione che era nel cuore di Laurent, perché quella che era nel cuore di Solange a noi non è dato di conoscerla. Certo, non è difficile immaginare che non fosse proprio serena, ma chi può dirlo.....
Laurent, per chi non l'avesse ancora conosciuto, era il classico tipo del quale si dice che "per fare un dispetto alla moglie si sarebbe tagliato i coglioni.....". Non era cattivo, lo sappiamo bene tutti, ma riusciva a essere una stupida testa di pietra, e si faceva del male continuamente pur essendone ben consapevole.
E anche con lei era ben successo così: sentirsi abbandonato aveva scatenato le paure più profonde della sua fragile psiche e non era stato capace a gestire la situazione con un minimo non si dice di furbizia ma almeno di savoir faire..... invece di cercare di capire, di conciliare, di mediare, o almeno di lasciare qualche porta aperta, si era irrigidito ("mi hai dato il dolore più grande della mia vita", ed era ben vero, ma detto con la sua voce stentorea a risentirlo avrebbe quasi fatto ridere) ed era riuscito a farla incazzare possibilmente ancora di più.



E anche quella sera che l'aveva incontrata, bellissima, forse avrebbe potuto essere un po' socievole, e magari dimostrare il suo dolore diversamente dall'evitarla come un cane rognoso dalle nove a mezzanotte. Povera Solange, siamo tutti sicuri che ci sarà rimasta male. Mentalmente Laurent si annotò che in qualche modo, ma chissà come poi, le avrebbe chiesto scusa per quella serata, triste per entrambi.



Nelle ultime volte che si erano sentiti lei gli aveva anche detto (ma non sappiamo con quale intenzione....) "facciamo passare qualche mese" e lui in quel momento avrebbe dovuto tacere e mettercisi di buzzo buono, con il profilo più basso possibile, e aspettare quel mese in cui magari si sarebbe potuto ricucire qualcosa, mettere una toppa, anche se non si dice ricreare qualcosa che oggi sembrava sul punto di morire. Ricominciare, riprendere, ritornare, magari con un po' di esperienza in più.
Ma lui non voleva un'amicizia, non solo non gli sarebbe bastata ma ogni volta che l'avrebbe vista il suo dolore sarebbe stato sempre più appuntito. Ed era in questo la sua profonda cretinaggine, il non capire che ricominciare anche solo con l'amicizia chissà, forse un giorno, con pazienza e fiducia, avrebbe riportato a entrambi l'amore. O l'Amore. Insomma , quella cosa che non sai raccontarla bene ma quando manca ci stai veramente di merda.....
E lui imperterrito, o mi ami o mi odi, o tutto o niente, o sei con me o sei contro di me.
Anche Catullo, se ben ricordo, ha scritto "odi et amo". Ma poi cosa c'entra Catullo nella povera vita di quest'uomo, pasticcione oltre ogni dire, egualmente capace di grandi gesti così come di bassezze incredibili.
Se era fatto così male, e così tanto male da non capire quanto male si stava facendo, non era colpa solo sua. Le cose della vita gli erano andate così, certi avvenimenti avrebbero potuto andare diversamente ma invece erano proprio andati così, e lui aveva accumulato tutto dentro di sé.
Non era mai riuscito a farsi le sue ragioni con nessuno, e aveva accumulato per anni e anni un rancore sordo contro il mondo per questa sua inettitudine profonda. Ma tanto cambiarsi era come voler toccare la luna.
Era seduto al tavolo di quel famoso bar dello schiaffo, e mangiava lo stesso toast cattivo, bagnato dalle lacrime.
Per un tempo ignoto si assopì, provando la consolazione del nulla.
Eppure poco sarebbe bastato, rifletteva, ma col cuore non si riflette. Si soffre soltanto.





martedì 12 luglio 2016

Scappare 12

“Non mi interessi più. E smettila che mi stai facendo diventare matta”.

C'era rimasto peggio del solito, e del dovuto, a quelle parole sferzanti pronunciate da una donna che lo aveva chiamato per alcuni anni “amore”, forse “Amore”, chissà.
Aveva persino avuto l'impressione che, in un modo o nell'altro, lei si cercasse qualcuno per consolarsi, qualcuno diverso da lui e che le potesse dare quello che davvero lei cercava, almeno nelle sue fantasie di uomo abbandonato, e questo per quello che di lei era venuto indirettamente a sapere.

In quei giorni Laurent si rammaricava di tante cose, che avrebbero potuto essere e che non erano riuscite ad essere, e soprattutto che non sarebbero mai più state (ma “mai dire mai” doveva essere il suo motto, in quel momento, perché un briciolo di speranza era la sola cosa gli desse la forza di non farsi del male e di non piantare baracca e burattini, come diceva sua nonna....).

Ogni giorno piangeva un poco, nelle situazioni più impensate, come quel giovedì che era uscito dalla doccia e, con la testa avvolta dall'asciugamano, era stato preso da un fremito inarrestabile e ululava come un cane alle stelle. Meno male che nessuno l'aveva sentito. Un poco si era sfogato, nel nulla del pianto.
La sua piccola amica un poco gli teneva compagnia, a lei raccontava tutto, tanti erano gli anni di distanza fra di loro da permettere di avere grande confidenza senza il chiodo del sesso. Più di tanto, però non è che potesse fare, anche se lei condivideva con lui il vizio, la necessità forse, di essere un disordinato dell'amore.
L'aveva persino rivista, Solange, e aveva provato l'ambivalente desiderio di baciarla e di schiaffeggiarla (restituendole quel ceffone che dopo mesi e mesi non aveva ancora digerito) nello stesso momento. Era bellissima (Laurent era certo che l'avesse fatto apposta per farlo stare ancora più male), con quell'abbronzatura che le donava un filo di orientalità e quei meravigliosi capelli arruffati, su cui qualche volta lui era riuscito ad adagiarsi.
Non una parola le aveva rivolto in quell'occasione, e nemmeno uno sguardo, cercando così di esprimerle tutto il suo rimprovero e il suo muto dolore. Chissà se lei aveva capito o se l'aveva ritenuto soltanto un cafone.
Così, un giorno schifoso dopo un giorno vomitevole, Laurent proseguiva una vita stanca, ma che in qualche cazzo di modo doveva andare avanti, come una palla su di un piano leggerissimamente inclinato, con uno stupido uniforme e impercettibile moto.
Non sapeva più cosa fare né cosa dire. E questo non gli piaceva, oltre a farlo star male.




sabato 18 giugno 2016

Scappare 9 - Antille

Giuseppe da qualche anno era nelle Antille, nella Guyana francese, dove c'era la famigerata Cayenna.
L'isola era ormai un ricordo, non sbiadito, certo, ma solo un ricordo.
Per un motivo che qui non voglio raccontare si era anche cambiato il nome in Laurent, per qualche piccolo casino che aveva combinato in Argentina. E il cognome. Da qui in avanti anche per noi sarà Laurent.
Alla Cayenna non si stava male, di gran lunga meglio di quanto il nome e la storia non facessero supporre. Cucinava, cucinava, cucinava. Questo era il suo piacere e il suo destino, ma ogni giorno realizzava sempre meglio che era diventato anche una condanna. I piatti della Cayenna ormai li faceva automaticamente, vorrei dire a occhi chiusi, e anche se quella cucina era una mescolanza impressionante di cibi e di popoli fra loro fusi e confusi, lui non riusciva a trovarvi più nulla di emozionante.
Sentiva dentro di sé il rumore del vento e sentiva che sarebbe dovuto partire di nuovo.
Certo, in tutto questo c'entrava anche Solange, come negarlo.
Erano stati anni belli, difficili forse, ma con un loro fascino garbato di felicità e di serenità. Adesso lei non voleva più saperne di lui, e non c'era stato verso di farle cambiare idea, né con le buone, né con le cattive.
Una donna che lo avrebbe voluto tutto per sé, che non era mai riuscita a capire che Laurent, “tutto”, non poteva essere di nessuna, né di lei né di qualsiasi altra donna al mondo. Neanche di sua madre, che lui non era mai riuscito a perdonare.
Lavorando entrambi la loro conoscenza era stata abbastanza casuale, a una di quelle feste di comuni conoscenti, non amici, a cui lei tanto teneva e che Laurent odiava con tutte le sue forze ma a cui raramente non poteva fare a meno di andare, per coltivare un minimo di relazioni sociali. Ma a lui interessavano solo il cibo e la cucina, e, possibilmente, trovare un cuoco più bravo di lui. Per cui a queste feste piluccava dai buffet con un atteggiamento un po' schifato. Oddio, guardava anche le donne, ci mancherebbe. Potremmo definirla una malattia: adorava le donne, o forse quelle che esse rappresentavano. Le creole poi sono creature stupende e poterne accarezzare una era sempre stata la sua fantasia più eccitante. Magari spalmarle la crema solare addosso, senza fretta, perderci dietro anche un'ora, l'addome, le cosce, l'interno delle cosce. Davanti a tutti non avrebbe potuto più andare avanti ma anche così sarebbe stato molto divertente.
Aveva cominciato così a frequentarla, con biglietti, letterine, qualche pranzo sia cucinato da lui sia da fidati cuochi.
Quanto tempo ci aveva impiegato a convincerla? Anni. Ma Laurent, se pur ricercato dalla polizia, non aveva fretta e se si poneva un obiettivo non era tipo da tirarsi indietro prima di ottenerlo. Solange un bacio (francese) glielo aveva dato infatti dopo alcuni anni. Pochi uomini hanno dimostrato tanta insistenza, ma lui era fatto così. Anche con le altre era sempre successo più o meno così, il bacio deve “arrivare”. Non puoi permetterti di chiederlo con il rischio di essere rifiutato.
Ultimamente invece ce ne era stato uno sgarbatamente rifiutato e Laurent se l'era segnato nel taccuino delle brutte cose.
Questi anni erano così passati nella condivisione di tante cose fra di loro, piccole e meno piccole.
Foss'anche stata una giornata incredibilmente difficile la telefonata della buonanotte era per Laurent e Solange come la carica che dài alla pila per averla pronta al mattino, con la forza necessaria a passare un'altra giornata.
Naturalmente conoscendosi, giorno dopo giorno, il sentimento si rafforza ma i difetti, o se vogliamo dire le imperfezioni del carattere, vengono fuori. Di tutti noi, per carità. E' la disgrazia dell'amore, anche di quello con l'A maiuscola. 
Laurent aveva anche un'altra persona a cui voler bene e questo lei non lo riusciva a comprendere, e a sopportarlo. Solange dal suo canto aveva una scaletta di priorità della sua vita molto precisa ed articolata, e lui non era mai stato non dico in cima alla lista ma neanche nei primi dieci posti. Quante volte le aveva chiesto di lasciar perdere qualcuna delle sue mille importantissime attività per stare un po' vicini? Non c'era quasi mai riuscito. Un po' di più nel primo mese della loro storia, forse. Amarsi perché si è tanto diversi o amarsi per le cose che si hanno in comune? Amarsi?

Fumando nel terrazzino della sua cameretta d'albergo (era ritornato, finalmente, a fumare le Gauloises Caporal col filtro) pensava a tutte queste cose, e il naufragare nel denso e aspro fumo azzurrino non gli era per niente dolce. Avrebbe potuto sentirsi male, con tutte quelle sigarette. Avrebbe voluto.